giovedì, febbraio 11, 2010

Parte 19 - Sanna: Coccio di Orani e Bosa

MERCOLEDÌ 23 LUGLIO 2008

Il "coccio d'Orani", duro come il coccio. E non sta zitto


Il coccio di Orani e il concio di S Pietro di Bosa


di Gigi Sanna

Spesso anche io devo inforcare gli occhiali, perché non vedo antropomorfi neanche a bastonarmi. Nelle tavolette di Tzricotu sì, nella vita e in certi ambienti almeno, purtroppo no. Ma una rinascita o un ritorno nel mondo degli umani è pur sempre possibile come ci insegnano Apuleio e, in fondo, anche Collodi. Lunghi e sofferti, ma sempre possibili. Auguri sinceri per le rose del sacerdote, anche per BigBoy.
Passiamo subito ad altro. So che ti stai interessando del cosiddetto coccio di Orani in caratteri fenici arcaici e della polemica che ha suscitato un po’ di tempo fa.
Ora, mi è capitato di ‘rileggere’ con maggiore attenzione il coccio delle cosiddette due Tanit, sempre dello stesso rinvenimento di Orani del 1996. Nel 2004 (anno di pubblicazione di Sardōa Grammata) sulle prime avevo pensato ad una semplice reiterazione della nota figurina, simbolo della divinità, con simbologia bipenne, dal momento che in Tzricotu A3, A4 e A5 le icone sono sempre ripetute in particolari settori dei documenti (il primo ed il terzo). Ho pensato solo a simboli, ma sbagliavo perché in realtà il coccio è scritto. Eccome!
Ho notato infatti che il documento nuragico (sulla sua ‘nuragicità’ non ci sono dubbi) riporta incisi non solo due segni ma quattro. Infatti sulla destra in basso della seconda cosiddetta Tanit, si trova, agglutinata o quasi, la lettera protosinaitica waw (il grosso cerchiello con la barretta), mentre tra la prima e la seconda 'Tanit', ma agglutinato al braccio destro della seconda si trova, anche se meno visibile, la lettera yod (figura in alto a sn.).
Si tenga presente, per parare ad una facile obbiezione, che le braccine delle Tanit sono sempre a 'due segmenti' e non a tre e che quindi l’apparente prolungamento del braccio destro non è nient’altro che il completamento dello yod disposto (come spesso in protosinaitico) orizzontalmente (ruotato di 90 gradi) e non verticalmente od obliquo ( si veda ad es. lo yod nel concio della chiesa di S.Pietro di Bosa). La lettura, integrata dai due segni, è estremamente facile, costituendo in realtà le due Tanit la lettera hē in protosinaitico (si tenga presente che tutti e quattro i segni sono protosinaitici: il yod, il waw, i due morfemi pittografici dello hē): h(ē) yhw (= lui y(a)hw).
Il documento, autenticissimo, essendo stato scoperto negli anni Novanta (quando ovviamente non parlavo - e nessuno aveva mai parlato né avrebbe mai pensato di parlarne - ancora della presenza, per testimonianza documentaria, di Yhwhé come divinità venerata in Sardegna nella seconda metà del Secondo Millennio a.C.) è importantissimo, tra l’altro, per i seguenti motivi :
1) Perché mostra che il nome di Yhwh in realtà non è un tetra-gramma ma un tri-gramma (il numero organico sacro della divinità) a cui si aggiunge, il cosiddetto ‘determinativo’, per cui yhw + d. Quindi non hanno senso alcuno, a mio parere, i vari tentativi etimologici su basi radicali semitiche, verbali o meno per spiegare il nome di Yahwhé. I valori sono chiaramente pittografici acrofonici (yiad, halal, waw: ossia, nell'ordine: ‘mano’, ‘rallegrarsi’ o ‘agitare le mani’, ‘potere’). Da cui ‘potere, sovranità del Mani-festo’, ovvero Yahwhé, che è sempre – come si sa - il dio che 'si manifesta' e non si fa mai ‘vedere’ altrimenti.
2) Perché mostra che il segno commentatore o determinativo, dato dal pronome indicativo semitico, può essere preposto in protosinaitico, anche se di questo fenomeno non sembra (almeno per mie conoscenze) rimanere traccia nell’antica documentazione israelitica sinaitica o postsinaitica. A conferma di questa pre-posizione del determinativo basta solo esaminare il vaso de la Prisgiona di Arzachena dove il ‘tre’ (dopo il nome ‘aba’), sempre segno del determinativo, precede il nome di yah reiterato nella serie successiva delle colonne solari; ed ancora il cosiddetto ‘brassard’ di Is Loccis –Santus, dove lo schema a Tanit precede con valore di hē o di determinativo il sole (simbolo e logogramma assieme di yh o 12) con i sette raggi (= Lui Santo 12, ‘(Is)su Santu Doxi’ o Santu Yacu).
3) Perché dimostra che il nome arcaico, forse ancora ‘cananeo’, di Yahwhé è yahw (ovvero il sardo Yacu che ovviamente non ha niente a che fare con il Santo ‘Giacomo’ sovrapposto dalla religione cristiana.) I numerosissimi toponimi precristiani in Sardegna di Santu Yacu o Santu Yaci lo confermano senza dubbio alcuno. Si consideri ad es. che il toponimo della Chiesa di S.Pietro extra muros di Bosa, dove si trova la scritta di Yhw con segni protocananei e protosinaitici, si chiama significativamente Santu Yacu. La bella chiesetta medioevale di S.Pietro insiste dunque su un antichissimo tempio sardo nuragico, sicuramente ad ‘antas’, ovvero a colonne, tempio le cui tracce resistono ormai solo nella scritta arcaicissima del concio riciclato (figura in alto a ds.) e nel nome della località.
4) Perché si affianca al S’n Yhwh che si trova scritto per intero (con le lettere agglutinate come in Orani) nelle tavolette A3,A4,A5 di Tzricotu e nel sigillo di S.Imbenia di Alghero.
5) Perché dimostra che in Sardegna esistevano delle vere e proprie scuole scribali, di altissimo livello, che erano in grado di produrre, in un gioco combinatorio che teneva presente tutti i codici alfabetici semitici, dei testi singolari, nobilitandoli spesso con le forme più arcaiche e con continue variazioni sul piano della pittografia (si vedano ad es. le notevoli differenze grafiche delle Tanit con valore fonetico dell’aspirata hē). Ciò affermo perché non si riesce a comprendere altrimenti per quale motivo nella stessa località di Orani (ma dove precisamente? Si parla di un Nuraghe. Quale?) due dei quattro cocci esibiti al prof. Giovanni Lilliu presentano l’uno caratteri interamente fenici arcaici (addirittura quelli stessi della stele di Nora) e l’altro interamente protosinaitici (si tenga presente che il termine ‘protosinaitico’ è usato solo per convenzione).
Il prof.Lilliu allora, sulla base della consolidata pregiudiziale che i nuragici non scrivessero, rifiutò categoricamente la parte dei documenti relativa alla scritta fenicia e alle due cosiddette Tanit, mentre confermò l’autenticità della ceramica. E così pare che abbiano fatto, ma senza dichiarazioni ufficiali, alcuni suoi allievi dopo di lui ai quali erano stati affidati gli oggetti.
Oggi mi pare che, dopo tanto tempo, si debba rendere definitivamente giustizia al buon Giulio Chironi (che presentò gli oggetti all’eminente archeologo) che ci rimase molto male per il frettoloso giudizio che, tra l’altro, rischiava di mettere in serio dubbio la sua onorabilità. Farà questo il prof. Giovanni Lilliu, il mio ed il nostro stimato maestro?

P.S. Naturalmente i soliti ‘negazionisti’ ad oltranza, come li chiama il giornalista Figari, replicheranno su questo documento (ovviamente non ‘scientifico’) che i grafemi non esistono e che sono solo parto della mia fantasia. Nessuno, ahimé, li schioderà. Diranno poi che le Tanit sono di tarda imitazione nuragica fenicia oppure che sono false e tanto altro ancora, facendo il solito fumo più che fuoco di sbarramento. Lo stesso fumo che ha notato anche Aba Losi a proposito del dottore-professore che ogni tanto interviene per spacconeggiare (sulla falsariga dell’Usai con l’archeologia) dando lezioni divine di che cosa sia un vero ‘documento scientifico’; senza capire però (per fare un banalissimo esempio, con l’obbiezione di Pierino) che la scienza epigrafica cuneiforme è potuta sorgere su di un documento non ’scientifico’, anzi assurdo, costituendo esso solo un disegno di un sigillo ricopiato da un funzionario di un museo britannico.
D’altronde i caratteri romani presenti nell’altare del nuraghe Pitzinnu costituiscono un esempio del loro sicuro manuale epigrafico di riferimento. Che tristezza! Che tristezza che non riflettano almeno su di un aspetto: che ci sono altri, tanti altri (e qualificatissimi) che proprio non la pensano come loro. E che un motivo quindi ci sarà. Ma questo non fa altro che aumentare la loro rabbia ed il loro accanimento negazionista. Diventando spesso anche patetici, come dei pugili suonati che danno colpi all’aria e non inquadrano più il bersaglio.
Comunque, gli anni diranno, cari miei, non certo ‘questa polemica’ dirà. Per la storia della scrittura d’altronde è andata sempre così. Il nuragico non farà eccezione. Ci saranno anche le ‘spine’ di mille o forse un milione di Valerie (ospitate in questo blog), alcune forse anche in buona fede. Non so e non mi illudo di un viaggio facile. La polemica serve, almeno per quanto mi riguarda, solo per dare la giusta amplificazione a quanto ‘stranamente’ era stato taciuto (o quasi) per più di dieci anni.
Quello che è certo è che in molti, grazie al Blog di Gianfranco Pintore e agli articoli di Carlo Figari dell’Unione Sarda (ma anche a Michele Masala dello stesso giornale e ad Enrico Carta della Nuova Sardegna), per ora osservano e giudicano, con tutte le riserve del caso. Per questo semplice motivo spesso mi invitano a parlare e a spiegare. Dopo le vacanze, a Settembre, questo grillo parlante sarà ad Abbasanta, a Loceri, di nuovo ad Oschiri e poi a Sinnai. E forse tratterò diffusamente anche di antropomorfi e di ‘padri’ e di ‘figli’. Chi vuole sa ora dove trovarmi ed avere così tutte le spiegazioni che sarò (umilmente) in grado di fornire. Se si darà il caso ci bisticceremo, ma sicuramente con garbo.

4 COMMENTI:

Anonimo ha detto...

Mi permetto di darle un consiglio, caro professore. La scienza ha i suoi tempi, ma non si può prescindere dal riconoscimento degli studiosi del settore, che solitamente operano nelle università di tutto il mondo. Se e quando questo riconoscimento arriverà, in modo netto, lei avrà gloria imperitura. Se non arriverà, sarà uno dei tanti (fuori e dentro le università) che ci hanno provato e che, per l'appunto, impongono alla scienza di essere prudente. Per il momento, tuttavia, per lei sarebbe forse meglio lasciare la supponenza a coloro in cui la vede, continuando a lavorare con scrupolo e pazienza crescenti. Non c'è altra via: sic vos non vobis...
Stia bene. Bachisieddu

Aba ha detto...

Caro Gigi
intanto mi congratulo con me stessa perché la wav e la yod agglutinata le avevo viste anche io ed mi chiedevo come mai l´altra He (la prima Yana) fosse in questo strano ordine invertito. Ma come fai a essere sicuro che la lettura Yhw verso dx finisce qui? voglio dire. non puó essere che ci fosse dell´altro, che la scritta girasse tutt´attorno? magari é una domanda ingenua, perché non so che oggetto fosse
ciao
Aba

F.E.Rodrigues Ferreira ha detto...

Mon Cher Professeur, je suis un arqueologue portugais et je pense que j'ai trouvé quelque chose de pareille. Je vais essaier de vos envoyer des photos. Vous pouvez me contacter sur rodriguesferreira@sapo.pt

F.E.Rodrigues Ferreira ha detto...

J'ai essaié de vous remettre des photos, mais cela n'est pas possible.
Je vous demande votre mail, parce que je suis trés interessé en Tanit.

GIOVEDÌ 31 LUGLIO 2008

Si vede solo se si è disponibili a guardare

di Gigi Sanna

Mi fa piacere che l’amicaAba Losi abbia individuato le altre due lettere del secondo coccio di Orani, perché le analogie, le somiglianze o le identità non sono cose che si scorgono o anche si vedono solo perché si è ‘amici’. Anzi. Si individuano perché si individuano, e basta. Come gli antropomorfi (quelli di Oniferi, di Dorgali, della Grotta Verde, di Cheremule, ecc. Sono tutti diversi ma tutti chiaramente antropomorfi. Forse il modello ideale sta nel mondo delle idee di Platone. Chissà!). Come il Toro, come la Bipenne di tutti i documenti di Tzricotu (che fanno il paio con quelli delle cosiddette 'statue stele' di Laconi, di Samugheo e di Allai).
Qualcuno proprio non ci riesce? Qualcuno non nota la loro disarticolazione o ‘esplosione’? Qualcuno non riesce ad immaginare che quest’ultima serve genialmente a dare ulteriore ‘senso’ al documento ('scientifico') ovvero fornire dei grafemi aggiuntivi ai logo-pittogrammi con valori fonetici? Quegli stessi valori, non si dimentichi, che sono serviti a decifrare i documenti greci pitici del Lossia di Glozel?
E io cosa ci posso fare circa questa insensibilità? Quella stessa che non denuncia solo il sottoscritto, ma che ha pubblicamente deplorato nelle pagine dell’Unione Sarda un notissimo biblista sardo della Facoltà Pontificia in occasione del Seminario Internazionale di Studi di Sassari di due anni fa. Uno 'specialista, dunque. Un docente universitario. O no?
Non tutti hanno la stessa sensibilità, soprattutto quando la scrittura 'spiazza', per così dire, in quanto non presenta quei caratteri pragmatici ovvero di economicità che si affermano, soprattutto, a partire dall’ugaritico e dal fenicio e poi dal greco 'arcaico' e 'classico', i quali adoperano, significativamente, pochi segni alfabetici per gli indispensabili fonemi. Perché tramite questi codici tutti 'devono' capire.
Quando la scrittura è ‘a rebus’, legata al sacro e al religioso del tempio (ma quante volte, purtroppo, lo devo dire!) come è quasi tutta quella nuragica documentata e la 'glozeliana' di Delfi, bisogna essere capaci di risolvere i rebus; talvolta assai capaci. Infatti in questo secondo caso capita l'opposto di quella 'urbana': tutti, se non gli addetti ai lavori del sacro, 'non devono' capire. Per questo motivo consiglio la lettura di un libro, certo un po’ difficile, ma che fa molto meditare sull’aristotelismo in tema di scrittura e sulla nascita della stessa: quello notissimo e citatissimo di Roy Harris.
Il coretto degli archeologi (non epigrafisti) negazionisti intervistati da Figari nelle pagine dell'Unione Sarda, che capiscono solo di scrittura urbana o semiurbana, forse cesserà di annoiare con la solita solfa dell'impossibilità dell'esistenza della scrittura sarda nel periodo della tarda età del bronzo e nel principio di quella del ferro.
Comunque, confidando nella ‘apertura’ mentale dei più, spero di poter far vedere la ‘originalità’ stupefacente della scrittura nuragica del sito di S.Stefano di Oschiri che, impegnata com’è a tutto campo, riesce a dare, in base a delle convenzioni 'scribali', senso fonetico persino con il ricorso alla matematica e, in particolare, alla geometria. Chi lo direbbe mai! Per l’occasione fornirò, come d’obbligo, tutte le prove a corredo, perché so bene (e questo qualcuno, a prescindere della chiara prefazione di Sardōa Grammata, dovrebbe tenerlo ben fisso in mente), per antica scuola filologica, che non solo la scienza è doverosamente scettica (scettica sì, ma non di certo ‘falsofila’ a priori: quarda un po’, ahimè, cosa ci tocca di sentire, persino – come si afferma- nelle aule dell’Università), ma è scettico anche chi solo usa il buon senso e persino il passante, che non danno credito alcuno ai ciarlatani. Danno credito a chi fornisce non una o due e neanche tre: ma decine e decine, possibilmente centinaia di prove.
Ora, chi è negazionista per partito preso o 'insensibile' lasci pure le decine di prove, faccia baccano e si affidi pecorescamente alle placche bizantine turco-mongoliche del dott. Serra che, per altro, non sono mai state trovate in Sardegna (pensate un po’: ben quattro presunte matrici e nessuna linguella. Guarda un po’ che scarogna per i linguellisti (o puntalisti o fibulisti dalla 'scientifica' coerenza ermeneutica).
Mi dispiace per l'intervento coraggioso di Aba Losi , sia pur marginale (a commento) perché qualcuno arriverà forse a negare la correttezza di una scienziata del suo calibro e sospetterà che lo yod e il waw del 'secondo' coccio di Orani l'abbiamo concordato da compari di scelleratezze epigrafiche.
Ho detto, qualche settimana fa, che la partita sulla scrittura nuragica era 'chiusa'. Oggi lo ribadisco, presuntuosamente se volete; perché sarà difficile, molto difficile, anche con i bizantinismi degli avvocati più bizantini, che si possa negare che in quel coccio ci sia scritto d + Y(a)hw.
Quanto al bel consiglio, stringato ma efficacissimo, di Bachisieddu vedrò di seguirlo, anche perché già il povero amico Guido Frongia mi aveva consigliato di tirare dritto e di lasciar perdere le 'voci' del mondo. Il filosofo di Tor Vergata di Roma, studioso del Tractatus di Wittgenstein, diceva dei suoi libri non accessibili ai più, anche per difficoltà di linguaggio: “Io sono solito scriverli e lasciarli in vetrina, quando possibile, oppure negli scaffali. Se dicono qualcosa e hanno valore, prima o poi qualcuno comprerà”.
Ma questo purtroppo, caro Bachis e caro Guido che (purtroppo) non mi parli e non mi scrivi più, va bene per chi è freddo e, da 'filosofo' o da 'scienziato puro', interpreta il mondo ed agisce di conseguenza. Io invece, si sa, sono un rozzo sardaccio che detesta, spesso con un muso così, le persone che non hanno nessuna 'umiltà', ovvero come diceva Endokimov, 'l'arte di trovarsi esattamente al proprio posto' e s'incazza troppo per le stupidaggini (uso volutamente il termine forte), anche perché so, per amara esperienza, che quelle stupidaggini gli autori di esse le nasconderanno con estrema disinvoltura il giorno che tirerà aria nuova.
Loro infatti avranno un volto nuovo e l'abito nuovo dell'ipocrisia. L'articolo di Gianfranco Pintore in sardo sul sardo, quello qualche decennio fa detestato, bloccato e 'tagliato' da certi sedicenti teorici del Pci sulla lingua sarda, anche su riviste prestigiosissime con firme prestigiose, deve far meditare molto. Anzi conoscendo la sottilissima malizia dello scrittore ritengo che il senso e la morale dello scritto vadano allargati: ai negazionisti non solo di ieri (sulla lingua sarda) ma anche a quelli di oggi (sulla scrittura sarda).

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